Giuseppe Morano

IMMAGINO UN' EUROPA DIVERSA, CON AL CENTRO IL BENESSERE DEI CITTADINI

IL BLOG PERSONALE DI GIUSEPPE MORANO

Tutti i più avveduti pensatori della storia recente, hanno individuato le fondamenta di un organismo sovrannazionale, quale quello della Comunità Europea, nella libertà dei singoli Stati e nella centralità dei relativi popoli.

Kant nel suo “Per la pace perpetua” del 1795, asseriva che “Il diritto internazionale dev’essere fondato su un federalismo di liberi Stati.

Carlo Cattaneo, a metà 800’, sosteneva che fosse necessario “unire nazioni libere per realizzare un’ Europa libera ed unita...”

Giuseppe Mazzini, a fine 800’, affermava che “L’epoca nuova è destinata ad organizzare un’ Europa di popoli, indipendenti quanto la loro missione interna, associati tra loro a un comune intento”.

E’ evidente, quindi, che contrasta con le proprie ragioni originarie, un’ Unione Europea che persegue l’ austerity ed i vincoli burocratici e che non lascia la necessaria libertà agli Stati membri per attuare quelle politiche economiche e sociali utili in un determinato contesto storico e calibrate sui bisogni effettivi dei cittadini .

Nel 1949 dieci paesi europei si unirono per fondare il Consiglio d'Europa e si impegnarono a perseguire obiettivi comuni a livello europeo.

Il Consiglio d'Europa fu la prima organizzazione europea ad essere istituita e si assunse il compito di difendere i diritti dell'uomo, la democrazia parlamentare e il principio di legalità, allineare le normative in materia sociale e promuovere la consapevolezza della comune identità europea.

Nel 1951, sei Paesi (Francia, Italia, Germania federale, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi) stipularono il primo Trattato europeo con il quale si diede origine alla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio). Nel 1957 gli stessi Paesi firmarono i Trattati di Roma, con i quali si diede vita all’EURATOM, ossia la Comunità Europea per l’energia atomica ed alla CEE (Comunità Economica Europea).

Nel corso degli anni, l’originaria Europa dei “sei” si è gradualmente allargata fino a essere oggi composta da 28 Stati membri. Probabilmente troppi e non omogenei tra di loro.

E’ innegabile infatti, che gli Stati dell’ est Europa hanno una struttura di democrazia interna oltre che economico-sociale molto differente rispetto agli Stati del mediterraneo ed a quelli nord europei. Un’ allargamento dell’ Europa saggio ed equilibrato, avrebbe dovuto essere pertanto più ponderato ed avrebbe dovuto condurre ad un Europa a due o tre velocità.

La comunità europea è nata sulla scia del valore della libertà.

Liberi Stati in collaborazione tra di loro ed uniti dalla volontà di creare condizioni di vita migliori per i propri cittadini, questo era e deve continuare ad essere l’ obiettivo.

Le libertà fondamentali poste a simbolo dell’ iniziale integrazione comunitaria e previste dal Trattato di Roma del 1957, sono quattro:

— la libera circolazione delle merci, che prevede la soppressione delle barriere doganali e il conseguente libero trasporto delle merci tra gli Stati membri;

— la libera circolazione delle persone, che ha abolito tutte le formalità doganali tra gli Stati membri a carico dei cittadini comunitari in transito e ha dato la possibilità ai lavoratori, sia essi subordinati che autonomi, di svolgere un’attività lavorativa sul territorio di qualunque Stato membro.

— la libera prestazione dei servizi, che si riferisce alla possibilità di fornire prestazioni retribuite in uno Stato membro diverso da quello di stabilimento;

— la libera circolazione dei capitali, in virtù della quale si è avuta la completa liberalizzazione valutaria e l’integrazione nel settore dei servizi finanziari.

Il boom economico degli anni 60’ e 70’, trae origine proprio dalla simbiosi dei valori di libertà e di collaborazione, del tutto opposti a quelli di austerity e di oppressione burocratica.

Nel 1992, con la firma del Trattato di Maasticht, è iniziato il percorso europeo più tortuoso, quello dei paletti e dei parametri.

E’ certamente giusto mirare a contenere il debito pubblico di ogni singolo Stato, ma questa operazione non deve essere asettica, deve portare a risultati sociali comunque positivi, deve tenere conto dei contesti storici ed economici e deve mettere al centro il benessere dei popoli.

Attraverso il trattato di Maastricht, si sono cosi convenuti tre parametri. Il deficit di bilancio di ogni Stato, non avrebbe potuto “sforare” il tetto del 3% del Pil.

In sostanza, agli Stati che avessero successivamente adottato l’euro, si sarebbe concessa la possibilità di aumentare le “uscite” rispetto alle “entrate” ma fino ad un limite massimo del 3% del Pil. Nel caso italiano di oggi, secondo questa regola, ai governi sarebbe concessa quindi la possibilità di “spendere in deficit” fino al limite di 50 miliardi circa, che è appunto la cifra equivalente al 3% del prodotto interno lordo. Ma ciò entra in collisione con l’ irrealistico autovincolo di riduzione annuale di 1/20 del deficit, previsto nel fiscal compact del 2012 e sul quale mi soffermerò in seguito.

Gli altri obiettivi fissati a Maastricht, riguardano la riduzione del debito pubblico (il cui ammontare doveva essere equivalente ad una percentuale pari al 60% del Pil per poter fare ingresso nell’ Ue), il livello di inflazione (che non doveva superare di oltre l’1,5% quello dei 3 Stati europei che conseguivano i risultati migliori in materia di stabilità dei prezzi) ed il tasso di interesse che non avrebbe dovuto “nel lungo termine” superare il 2% degli Stati più virtuosi.

Occorre ricordare che in Italia, fino al 1981, il debito pubblico è stato intorno al 60% del pil.

Sono proprio le dissennate politiche della classe dirigente di quel decennio a cavallo tra anni 80 e 90, ad innescare il raddoppio del debito pubblico.

Proprio nel 1981 avviene l’ accettazione da parte del governo italiano delle richieste europee di prevedere il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Secondo tale strategia, quest’ultima, avrebbe dovuto smettere di acquistare i titoli di Stato (come i Btp emessi appunto dal ministero del Tesoro) che non riuscivano ad essere “collocati” (cioè acquistati )sui mercati finanziari. Proprio a seguito di tale poco lungimirante decisione, ebbe inizio una vorticosa spesa per interessi che portò il debito pubblico al 124% del pil nel 1994 ed al 131% del pil nel 2018.

Le politiche nazionali errate, servili ed accondiscendenti verso le richieste di un’ Unione europea a trazione franco-tedesca e piu protesa verso l’ adozione di paletti e di vincoli burocratici che verso la libertà ed il benessere dei popoli, ha portato al diffuso dissenso dei cittadini verso questo tipo di Europa.

Nel 2002 l’ Italia entra nella moneta unica dell’ euro e, purtroppo, a causa di una classe dirigente inadeguata a difendere l’ interesse nazionale ma interessata solo ad accreditarsi presso i potentati europei, non vi entra da Stato protagonista e fondatore dell’ Europa, ma da Stato zerbino.

L’ accettazione del cambio 1 euro = 1936.27 lire ha generato un disastro economico che ha dimezzato il potere di acquisto delle famiglie.

Quel tasso di cambio, rifletteva l’andamento dei tassi di cambio di mercato negli anni immediatamente precedenti al 1999. Difatti, per accompagnare il percorso di adesione all’unione monetaria, il trattato di Maastricht aveva stabilito che le banche centrali ed i Governi dei vari Paesi aderenti all’euro dovessero evitare forti oscillazioni della propria moneta rispetto all’ECU. Quest’ultima era una valuta virtuale che non circolava ed era esistente solo nei registri contabili, il cui valore era dato da una media di tutte le valute dei membri del Sistema Monetario Europeo. Come previsto dall’art. 109 del trattato di Maastricht, non furono sostanzialmente più possibili oscillazioni della Lira rispetto all’ECU nei due anni precedenti l’ adesione all’ euro.

Cosa avrebbe dovuto fare una classe politica seria? Non far entrare l’ Italia nell’ euro a quelle condizioni.

Nel 2002 solo 11 Stati membri entrarono nell’ euro. Nel 2019 solo 19 Stati su 28 aderiscono all’ euro.

Una politica avveduta non avrebbe dovuto sbandierare un europeismo dannoso per il nostro Paese, bensì plasmare un europeismo utile all’ interesse nazionale.

Avrebbe dovuto trattare con le istituzioni europee un tasso di cambio realistico ed equo rispetto ai fondamentali della nostra economia (l’ Italia è la settima potenza industriale mondiale), rendendo flessibile l’ interpretazione dell’ art. 109 del trattato di Maastricht. 1 euro = 1500 lire, sarebbe già stato un compromesso accettabile. Ma, purtroppo, non fu nulla di tutto ciò.

Il governo italiano dell’ epoca , accetto , senza intavolare alcuna seria trattativa, il tasso di cambio previsto in quel momento dallo SME e totalmente a vantaggio della Germania e del marco tedesco.


Inizialmente chi ebbe i danni maggiori, fu il ceto medio impiegatizio che vide raddoppiati i prezzi di acquisto dei beni di consumo .

Successivamente, però, quando la propensione alla spesa di tale fascia sociale divenne minima, anche commerciati ed artigiani che inizialmente avevano visto raddoppiare i propri guadagni, chiusero bottega. Non vi era più un mercato interno.

Fu l’ inizio della crisi economica nazionale, cui seguì, nel 2006, la crisi economica internazionale dovuta al fallimento delle banche americane in seguito al crack dei mutui subprime. L’ Italia, quindi, è stata colpita, negli ultimi 15 anni, da due crisi economiche: interna ed internazionale, di natura diversa ma con effetti identici e devastanti: annientare la ricchezza ed il benessere del ceto medio ed ampliare sacche di insicurezza sociale e povertà.

A questa difficile situazione economica e sociale, l’ Europa attuale non ha saputo dare risposte diverse da quella di proseguire sulla linea della burocrazia cavillosa e degli aridi paletti alla spesa pubblica.

Questa linea politica europea ha giustamente generato la disaffezione dei popoli verso le istituzioni sovranazionali.

Ridare spazio agli Stati ed ai governi nazionali è fondamentale ed evita anche il solito ritornello scarica barile: “è tutta colpa dell’ Europa”.

Pertanto, occorre chiedere di rinegoziare i trattati europei, ridurre le circa 30 materie con competenze esclusive e concorrenti dell’ Europa, allargare invece quelle esclusive degli Stati membri.

L’ Europa deve legiferare solo dove essenziale, proprio come nello spirito dei trattati di Roma del 1957. Deve avere competenza solo in ambiti indispensabili a garantire una cornice europea comune: in ambito di mercato economico comune, di libertà di spostamento delle persone e delle merci, di norme comuni di rispetto dell’ ambiente, di livelli salariali e fiscali analoghi tra gli Stati membri. Per il resto le politiche economiche e sociali , devono ritornare agli Stati nazionali con ampi margini di manovra. I rappresentati eletti devono poter essere giudicati politicamente dai rispettivi popoli.

Se i parametri di Maastricht possono e devono comunque essere rispettati per dare una stabilità di bilancio di prospettiva ai singoli Stati, deve invece essere abolito il fiscal compact con i suoi ancor piu stringenti ed irrealizzabili paletti di austerity economica.

Il fiscal compact è stato votato dall’ Italia nel 2012 , in palese contrasto con l’ interesse nazionale, da tutti i partiti presenti in parlamento in quella legislatura. Solo la Lega e il M5S osteggiarono questa scelta e non a caso queste forze politiche sono quelle che godono del maggior consenso in base ai sondaggi.

Il fiscal compact prevede paletti finanziari che limitano ancor di piu le manovre dei governi nazionali: 1) obbligo del pareggio di bilancio per gli Stati membri 2) vincolo dello 0,5 di deficit strutturale annuale 3) obbligo di ridurre di 1/20 l’ anno il proprio debito pubblico per i Paesi che hanno un deficit pil superiore al 60%.

Rispettare tali aridi parametri economici, vuol dire non consentire agli Stati membri di occuparsi del benessere dei propri cittadini, attraverso politiche espansive.

Perché l’ Italia quest’ anno ha dovuto barcamenarsi per contrattare uno striminzito deficit al 2,04, per di più con ancora pendente il rischio di procedura d’ infrazione, se in realtà il trattato di Maastricht prevede che si può arrivare fino al 3% di deficit/pil ?

Perché l’ Italia, nel 2012, si è auto vincolata in modo autolesionistico, alle previsioni del fiscal compact di matrice tedesca, accettando parametri impossibili da realizzare senza ridurre in miseria famiglie e piccole e medie imprese.

Ridurre il deficit italiano pari al 130% del nostro pil di 1/20 l’ anno, vorrebbe dire effettuare annualmente una manovra economica da 50 miliardi di euro di tagli della spesa pubblica (ovvero di minori servizi per i cittadini) o di nuove tasse (con la pressione fiscale italiana che è già tra le più alte d’ Europa), insomma, distruggere la nostra economia ed il nostro stato sociale.

Il fiscal compact non è un trattato istitutivo europeo ma è un semplice trattato internazionale.

La commissione Econ nel novembre 2018, con 25 voti a favore e 25 contrari, ha bocciato la proposta di inserimento diretto delle regole finanziarie previste dal fiscal compact nell’ ordinamento dell’ UE.

Pertanto, è attualmente possibile recedere con voto parlamentare dal fiscal compact e dai suoi assurdi parametri e restare al contempo all’ interno dell’ Unione Europea rispettando i più ampi margini di manovra previsti dal trattato di Maastricht.

Sarebbe quindi auspicabile che il parlamento nazionale proceda in tal senso, recuperando quegli spazi di manovra in ambito economico e sociale, fondamentali per garantire la prosperità dei cittadini Italiani.

Altrettanto auspicabile è modificare la nostra Costituzione, prevedendo la possibilità di utilizzare il meccanismo di democrazia diretta del referendum popolare, anche per le materie di politica estera che comportano delle limitazioni di sovranità che possono avere delle ricadute sul benessere sociale. Ricordiamoci che Francia e Olanda bocciarono attraverso il voto popolare la cosiddetta Costituzione Europea nel 2004 e che in seguito a quel rifiuto popolare si virò sul meno invasivo Trattato di Lisbona.

Occorre quindi battersi per cambiare questa Europa dei burocrati, protesa a vessare le famiglie e le piccole e medie imprese.

Occorre battersi per fermare l’ Europa dei pochi, delle lobbies, dei paletti e dei cavilli, per ritornare ad un’ Europa dei molti, snella, improntata ad una cooperazione paritaria e senza egemonie tra i vari Stati membri. Occorre battersi per rimettere al centro dell’ Europa la tutela dei popoli e dei cittadini, rievocando lo spirito originario dei trattati di Roma del 1957.